/professioni.future/

Intervista per /culture.future/ MAGAZINE
1. Come definisci il tuo lavoro? Dietro le possibili etichette, qual è la sua sostanza?
Rispondo partendo dalla definizione di “lavoro” nel dizionario: in senso lato è qualsiasi attività che implichi un dispendio di energia orientato a un fine. Se la guardo così, posso dire che il mio lavoro coincide con una ricerca continua: ricerca di senso, del bello e della felicità. Ma, andando più a fondo, direi che la sostanza di tutto questo è una ricerca del sacro.
Per me il sacro non è legato esclusivamente alla dimensione religiosa o rituale ma è ciò che, improvvisamente, cattura lo sguardo: un dettaglio durante la giornata, una sensazione che attraversa il corpo, un’epifania che mi sconvolge mentre cammino in montagna. È qualcosa che posso appena sfiorare, forse non definire con precisione, ma che riconosco come reale e condivisibile. È tangibile, pur non essendo misurabile; esprimibile, pur restando in parte indecifrabile.
Se invece considero la definizione economica del lavoro come attività retribuita e mezzo di sostentamento, allora mi trovo ancora in una fase di esplorazione. Su questo aspetto, potrei dire che ci sto ancora “lavorando” nel senso più concreto del termine.
Nel corso dell’ultimo anno ho cambiato città, ho intrapreso un nuovo percorso di studi, e avviato una importante collaborazione divenendo artista resident di Condominio Fiore a Roma, uno spazio artistico condiviso dove il lavoro creativo si intreccia con la cura, dove ogni gesto diventa occasione di incontro e ogni progetto una forma di relazione. Per tutto questo serve molta energia e, fortunatamente, ne ho ancora tanta da spendere.
2. Come ci sei arrivata? Formazione, esperienza, intuizioni?
Istinto. Direi che sono arrivata qui seguendo una sorta di chiamata: quella di diventare artista. Louise Bourgeois scriveva che non è possibile “diventare” artisti, ma solo accettare o rifiutare questo dono. Questa idea mi risuona molto. La mia fortuna è stata innanzitutto crescere in un contesto familiare sensibile e attento, che ha sostenuto i miei interessi anche nei momenti di difficoltà. Successivamente ho incontrato insegnanti, in ogni fase del mio percorso scolastico, che hanno alimentato la mia passione con la loro. Infine, l’Accademia di Belle Arti è stata un passaggio decisivo: alcuni compagni sono diventati amici e colleghi, e anche se oggi non condividiamo più lo stesso spazio di lavoro, so che esiste tra noi una complicità e una disponibilità reciproca.
Un’esperienza importante è stata anche l’insegnamento in un liceo artistico bresciano per cinque anni. Mi ha resa partecipe, in modo molto diretto, della formazione delle nuove generazioni: gli studenti sono una materia viva con cui si entra in relazione continuamente, tra conflitto e collaborazione, fatica e momenti di gioia condivisa.
Le scelte più importanti sono state quelle in cui riuscivo a sentirmi, allo stesso tempo, felice e a mio agio. Quando ho trascurato uno dei due aspetti le cose non sono andate nella direzione giusta. Ma anche questo fa parte del percorso: ho imparato molto attraversando gli errori.
3. Di tutte le esperienze precedenti, che cosa resta ancora nella tua cassetta degli attrezzi?
Non possono mai mancare improvvisazione, umorismo e spirito di sopravvivenza.
L’improvvisazione mi serve per affrontare l’ignoto e trovare soluzioni quando non ne esistono di pronte. L’umorismo mi aiuta a prendere distanza da rabbia e tristezza, vincendole con un sorriso. Lo spirito di sopravvivenza, invece, è la mia ultima forma di difesa: la capacità di trovare sempre una via d’uscita, anche nelle situazioni più strette.
Spero che questa cassetta degli attrezzi sia abbastanza grande, perché dentro ci metterei anche i libri: molti letti fino a consumarsi, alcuni quasi venerati, altri ancora intonsi ma pronti a lasciare qualcosa. E una matita HB.
4. Tocchiamo i nervi scoperti: quali sono le sfide più delicate che affronti ogni giorno?
Riuscire a dormire! È forse la sfida più concreta in questo momento: sono mesi in cui i pensieri non si assopiscono facilmente e le idee irrompono anche nei sogni, a volte esaltandomi, altre volte assalendomi.
Ho la sensazione che le giornate siano troppo corte rispetto alle cose da fare. Sto ricevendo moltissimi stimoli dai master in management dei beni culturali e in progettazione di mostre, e faccio fatica a darmi delle priorità chiare.
Anche il cambiamento di città ha avuto un impatto forte: Roma è enorme rispetto a Cremona, la mia città natale, e mi costringe a un ritmo più frenetico, fatto di spostamenti continui tra metro, autobus e taxi. Parallelamente, anche il lavoro artistico è in piena ebollizione: un nuovo spazio, nuove argille, nuove persone. Sono tutti stimoli molto forti che alimentano il mio lavoro ma che, allo stesso tempo, generano anche molta aspettativa e movimento interno.
5. Guardiamo avanti: fra cinque anni che cosa vedi nella tua sfera di cristallo?
Vedo una Rita felice, appassionata, innamorata del proprio lavoro e del proprio percorso.
Mi immagino ancora parte attiva di Condominio Fiore, con la possibilità di contribuire in modo significativo alla sua identità e alla sua crescita. Spero inoltre di essere autrice di progetti artistici, curatoriali e di valorizzazione culturale che abbiano una loro forza e riconoscibilità, capaci di trovare spazio e risonanza.
Mi auguro anche di continuare a incontrare l’insegnamento lungo il cammino: i ragazzi sono una fonte continua di energia, una forma di giovinezza mentale, una motivazione costante a dare il meglio, oltre che una riserva inaspettata di leggerezza e allegria.



Commenti